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La pressa, e ciò che rimane dopo il suo passaggio

La pressa è un macchina utensile in grado di imprimere una grande di forza su un materiale per modellarlo. Vediamo cosa rimane dopo il suo passaggio.

Pressa

 

La pressa è un macchinario complesso e affascinante: è capace di far convergere una grande quantità di energia su un materiale grezzo o su una lamina di metallo, e ciò che ne rimane è un oggetto modellato e stravolto rispetto alla sua forma originale. Sta alla base di moltissimi processi industriali, dal settore automobilistico a quello degli elettrodomestici, passando per alcuni semplici oggetti di uso comune. Si pensi alla forchetta, che diviene ergonomica e curvata solamente dopo esser passata sotto la pressa.

Eppure c’è una tipologia di pressa che, dopo aver impresso il suo stampo tipico, non porta delle migliorie, nè rende l’oggetto originale più preciso o più rifinito. Anzi, lo priva di molte sue parti e gli infligge una forza dirompente con il risultato di sformarlo. Sto parlando della pressa fiscale, e chi ci passa sotto sono le imprese e i cittadini onesti.

Il concetto di tassazione è antico almeno come quello di comunità; si è evoluto nel corso dei secoli fino a costituire la spina dorsale del moderno Stato sociale, declinato nella sua versione più assistenzialistica come la Svezia o in quella più liberale come l’Inghilterra. Quale forma di stato sociale ha scelto l’Italia? Entrambe, o meglio, nessuna delle due. L’Italia infatti vive quella situazione paradossale che consiste nell’essere uno stato con una tassazione altissima ma allo stesso tempo incapace di garantire servizi efficienti ai propri cittadini.

Il problema si manifesta a più livelli: non è solo lo Stato centrale a costituire una struttura amministrativa ridondante e spendacciona; anche tra le regioni vi sono quelle che riescono ancora a mantenere dignitoso il rapporto tra tasse e servizi, mentre altre invece, pur beneficiando del contributo delle regioni più virtuose in aggiunta ai propri prelievi, non sono in grado di fornire servizi essenziali decenti mentre foraggiano sprechi e privilegi. (Un quadro completo delle differenze economiche tra regioni italiane lo avevo già tracciato qui).

Buon senso vorrebbe che si decida quale modello si vuole diventare e si effettuino precise scelte politiche per realizzarlo. Il che significa muoversi in due possibili direzioni: o si aspira a diventare un paese del nord Europa, e allora si ripensa completamente la spesa pubblica in un’ottica di efficienza, assistenza e spinta propulsiva per formazione e istruzione, oppure si opta per un modello intermedio, riducendo le uscite dello Stato ma soprattutto razionalizzandole, in maniera da riuscire a non diminuire i servizi esistenti ma almeno di ripristinare una situazione in cui imprese e lavoratori non rimangano martoriati dalla pressa statale.

Realisticamente parlando, la seconda è la strada che più si addice al periodo storico nel quale viviamo. Questo perchè il modello di stato sociale tipico dei paesi scandinavi, per essere sostenuto e sostenibile richiede alternativamente due cose: o riserve naturali di proprietà dello Stato, i cui ricavati siano devoluti a favore della collettività (cosa che l’Italia non dispone), o aziende sane e incredibilmente innovative, che in Italia stanno via via scomparendo.

La pressa va quindi rimodulata, diminuendo il peso che infligge e rendendo più preciso il suo stampo, altrimenti rimarrà soltanto un oggetto informe e martoriato, incapace di qualsivoglia funzione.

 

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